M’horò

M’HORÒ

Chi ha mai sentito parlare di M’horò? Ebbene, nessuno… perché potremmo semmai associarlo al più famoso Mirò, tutt’al più a Ludovico il Moro, o ai mori di Venezia! Restano aperti molti altri interrogativi sulla sua identità che accrescono il fascino misterioso creatosi intorno a questo artista: è maschio o femmina? Bianco o di colore?
Questo alone di mistero fa accrescere il desiderio di scoprirlo, ma M’horò non vuole rivelarsi, non vuole proporsi e lascia alle sue opere il compito di farlo.

L’artista attua queste scelte strategiche contrapponendosi alla visibilità (forse eccessiva) di cui si circondano tanti maestri, che cercano disperatamente di mettersi in evidenza, di proporsi, di propagandare il proprio lavoro. Egli si isola: “…voglio solo lavorare in pace, non voglio distrarmi! Desidero concentrarmi, per questo ho voluto affidare ad Antonio Falbo e al suo staff la curatela del mio archivio e della mia immagine”.

Un evento clamoroso se visto sulla scia retrospettiva di ciò che accadde nel 1920 a tal Guglielmo Sansoni. Egli fece costruire una bara con tanto di annunci e affissione in città di manifesti di morte riportanti il proprio nome e cognome, data e ora delle esequie. Davanti alla sua casa facevano sfoggio corone di fiori e nastri viola; in breve tempo amici e parenti si recarono ad onorare la salma e sopraggiunsero manifestazioni di cordoglio da tutte le parti. Ad un certo punto, avvenne il colpo di scena! Un uomo con tanto di bombetta e bastone spuntò d’improvviso: era proprio Guglielmo che, con fare gradasso, esclamava che da quel momento era morto Sansoni per far nascere un nuovo artista col nome di “TATO”.

Eravamo all’epilogo della grande spinta futurista e, Marinetti, con il suo severo e autorevole giudizio, selezionava gli artisti indicando loro nuovi percorsi per l’arte.

Il 26 di maggio del 2016, invece, nel mio studio, tra tanti artisti che ricevo di solito, si presentò, con molta semplicità, una persona con alcune foto. Mostrandomele mi disse: “Questi sono i miei lavori più vecchi, dipinti, assemblaggi, collages”. Li esaminai, ma non suscitarono in me nessun interesse, così cercando di concludere, mi apprestai a ringraziarlo e salutarlo; ma fu proprio ad un certo punto del corridoio che mi volle mostrare sullo schermo del suo telefonino, altre immagini di alcune sue sculture frutto della sua collaborazione con il compianto maestro Angelo Brescianini, inoltre mi raccontò dei preziosi consigli che gli dette nell’ultimo periodo.

Questa cosa mi incuriosì a tal punto che trovai utile andare nel suo laboratorio dove, in uno spazio ben organizzato, mi fece trovare alcune opere ottenute con materiali di metallo riciclati. Il primo effetto fu di assoluto impatto: sembravano strutture finemente cesellate; poi, osservando con attenzione, mi accorsi che le scanalature, i pieni e i vuoti, non erano altro che ottenuti con vecchie superfici radianti in alluminio, abilmente contorte e deformate. Sagome che assumono significati arcani e nello stesso tempo armoniosi, colti, innovativi. Ho subito esortato l’artista a continuare su quella strada e lo invitai di nuovo nel mio studio per approfondire la sua poetica e il risultato estetico-critico che si proponeva di raggiungere con quella espressione artistica. Lo esortai a decidere le modalità attraverso le quali valorizzarle al meglio.

La prima cosa che ritenni opportuno scegliere, insieme a lui, fu quella di uno pseudonimo, o meglio un nome d’arte: M’horò. Ecco, infatti, che da quel giorno l’artista decise di usare questo nome, per coerenza poetica con quell’alone di mistero che ammanta il suo personaggio.

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M’Horò sarà presente con le sue opere, dal 24 settembre al 20 ottobre 2016, presso la Biblioteca Civica di Cosenza (scarica locandina).