M’horò. L’araba fenice

di Antonio Falbo

Chi ha mai sentito parlare di M’horò? Ebbene, nessuno… perché potremmo semmai associarlo al più famoso Mirò, tutt’al più a Moore, al Moro di Milano o ai mori di Venezia! Restano aperti molti altri interrogativi sulla sua identità che accrescono il fascino misterioso creatosi intorno a questo artista: è maschio o femmina? Bianco o di colore? Asiatico o europeo, oppure sudamericano?

Questo alone di mistero fa accrescere il desiderio di scoprirlo ma M’horò non vuole rivelarsi, non vuole proporsi e lascia alle sue opere il compito di farlo. 

L’artista attua queste scelte strategiche: contrapponendosi alla visibilità (forse eccessiva) di cui si circondano tanti artisti, che cercano disperatamente di mettersi in evidenza, di proporsi, di propagandare il proprio lavoro, egli si isola: “…voglio solo lavorare in pace, non voglio distrarmi! Desidero concentrarmi; per questo ho voluto affidare ad Antonio Falbo la curatela del mio archivio e della mia immagine, se volete comunicare con me, fatelo attraverso lui”. 

Un evento clamoroso se visto sulla scia retrospettiva di ciò che accadde nel 1930 a tal Guglielmo Sansoni: fece costruire una bara con tanto di annunci e affissione in città di manifesti di morte riportanti il proprio nome e cognome, data e ora delle esequie. Davanti alla sua casa facevano sfoggio corone di fiori e nastri viola. In breve tempo, amici e parenti si recarono ad onorare la salma e sopraggiunsero manifestazioni di cordoglio da tutte le parti. A un certo punto, avvenne il colpo di scena! Un uomo con tanto di bombetta e bastone spunta d’improvviso: era proprio Guglielmo che, con fare gradasso, proclamava, fiero della sua decisione,  che da quel momento era morto Sansoni per far nascere un nuovo artista col nome di “TATO”.

Eravamo all’epilogo della grande spinta futurista e Marinetti, con il suo severo e autorevole giudizio, selezionava  gli artisti, indicando nuovi percorsi per l’arte. 

Era il 26 maggio di quest’anno, quando nel mio studio, tra tanti artisti che ricevo di solito, si presentò, con molta semplicità, una persona con alcune foto. “Questi sono i miei lavori più vecchi” disse. Dipinti, assemblaggi, collages. Rimasi a guardarli, ma non suscitavano nessun interesse, quindi, mi apprestai a ringraziarlo e, salutandolo, lo accompagnai alla porta. Fu proprio ad un certo punto del corridoio che volle mostrarmi, sullo schermo del suo telefonino, altre immagini di altre sue opere. Furono proprio quelle ad incuriosirmi subito al tal punto che trovai indispensabile andare nel suo laboratorio dove, in uno spazio ben organizzato, mi fece trovare alcuni lavori ottenuti con materiali di metallo riciclati. Il primo effetto fu di assoluto impatto: strutture finemente cesellate, poi, osservando con attenzione, mi accorsi che le scanalature, i pieni e i vuoti, non erano altro che ottenuti con vecchie superfici radianti in alluminio, ingegnosamente contorte e deformate. Profili che assumono significati arcani e nello stesso tempo armoniosi, colti, innovativi. Mi fecero venire alla mente, a primo impatto, le eleganti flessuosità di Hans Arp e Alberto Viani e le ricercatezze delle più articolate strutture modulari di Arnaldo Pomodoro. 

Ho subito esortato l’artista a continuare su quella strada e lo invitai a tornare nel mio studio per poter approfondire i contenuti della sua ricerca, il risultato estetico-critico che si proponeva di raggiungere con quella espressione artistica e quindi decidere le modalità attraverso le quali valorizzarla al meglio… 

La prima cosa sulla quale ci siamo soffermati fu di trovare il modo per costruire, un alone di mistero che ammantasse il suo personaggio, decidemmo cosi, infine, di optare per uno pseudonimo, un nome d’arte: “M’horò” questo è stato l’epiteto che io e l’artista abbiamo stabilito di usare da quel giorno. 

Nel definitivo superamento delle istanze accademiche che avevano nutrito le esperienze degli anni d’esordio, decise, condividendo con me, l’azione di allestire un enorme braciere “Savonarolesco” dove bruciare i suoi vecchi lavori e assumere da quel momento ufficialmente lo pseudonimo di M’horò. Con questo rituale di iniziazione, svolto in una importante sede museale, l’artista è stato capace di autorigenerarsi col fuoco, proprio rievocando l’araba Fenice, per proporsi, sotto le vesti del suo nuovo, linguaggio espressivo, in sintonia con la contemporaneità. 

Non più tele, pennelli, disegni, ma forme pure, scolpite nell’alluminio e nei metalli. Superfici radianti, oggetti ormai alla fine del proprio ciclo vitale, finiti nelle discariche, vengono recuperati dall’artista, che li fa rinascere sotto nuove forme, conferendo a questi materiali industriali una nuova vita, sotto una veste inedita. Originariamente era stato Picasso a scovare nelle discariche vecchi manubri e selle di bici che trasformava prodigiosamente in fantasiose caprette e teste di tori, poi sviluppati da Duchamp e infine dai “nouveaux realistes”. Ma tutto questo è il passato. M’horò vuole lasciarsi alle spalle queste esperienze che indubbiamente gli sono state necessarie, come ogni artista, per arricchire il suo bagaglio culturale. La tradizionale “fusione a cera persa” per lui è solo un ricordo, rifiuta le patine e i complessi processi affidati a maestranze. L’opera deve nascere per caso e senza bozzetti preparatori.

Il suo lavoro pone al primo posto la difesa dell’ambiente e il richiamo allo stress della vita di tutti i giorni; è l’umile dignità del vero, partendo dalla scelta dei materiali. 

Le sue opere sembrano ottenute con la perizia di un cesellatore, il quale compendia la ricerca di forme plastiche con ardite manipolazioni. Questa operazione artistica consiste nel rendere flessuoso e dinamico ciò che sembrerebbe ostico e resistente ad essere plasmato. Egli invece modella il metallo come fosse duttile creta. Nelle sue mani nascono così le forme più fantasiose, sinuose e ricercate, simili a conformazioni di elementi naturali, segnati dal ritmo regolare dei motivi geometrici: triangoli, semicerchi, ovoidi, linee ondulate che vanno a costituire strutture molto articolate. La sua creatività rispecchia una profonda esigenza di diversi approdi, fra modernità ed avanguardie evidenziando l’evoluzione di un’indagine che travalica, in chiave post-dada, i modi più scissionisti per aprirsi alle più attuali istanze di evoluzione.

Rappresentare lo spazio per lui consiste nel difficile compito di conferire una parvenza materiale alla forma ideale racchiusa inizialmente nella sua mente, fatta di una equilibrata sintesi della  fusione nelle sfumature cangianti della luce, veicolata talvolta da splendide, brillanti e smaltate policromie. Emerge chiaramente la volontà di semplificare la figurazione per costruire un linguaggio volto all’astrazione e alla diretta comunicazione. La sua arte sembra porre un argine razionale al disordine della storia, secondo l’ideale etico, prim’ancora che estetico.

Il suo progressivo distacco dai repertori stilistici tradizionali ci conduce verso un risultato estetico, con libertà di sguardo e di cesello nello straordinario equilibrio tra pieni e vuoti.  Si genera un complesso sistema di allusioni prospettiche con il quale le forme si estendono nello spazio ed esaltano i dettagli cesellati con cura per ottenere un verticalismo di grande rigore formale, modulato con la precisione di un “magister faber”. 

E’ l’artista a ribadirci “Le mie opere sono destinate: alla pioggia, alla nebbia, al vento, al caldo, al freddo, al giorno, alla notte, alla luna, al sole. Ad ogni stagione dell’anno; gli eventi atmosferici forniscono frangenti atmosferici cangianti. Mi aiutano a trasformare il mio lavoro in supporti di narrazione. La sensazione degli eventi, è strettamente funzionale allo specifico momento del racconto, così da rendere, nella sua toponomastica, minuziosamente descritto il dettaglio, apparentemente incongruo ma importantissimo nella trama narrativa”

In altre parole M’horò ci vuole coinvolgere lasciandoci licenza di collocare anche all’esterno le sue creature:

Al vento, affinchè possano dare origine, dagli anfratti e dalle loro incrinature, arcaici suoni.

Al sole, per poter generare, grazie alle angolazioni delle lamelle, variopinte cromie.

Alla pioggia, con la quale acqua questi materiali sono stati progettati.

Alla notte, affinché possano catturare i riflessi argentei durante i pleniluni.

Al tramonto e all’aurora, quando il sole rende ambrati i riflessi e allunga le ombre con sagome misteriose.

Nella nebbia, nella quale si possano confondere in morbidi e sfocati effetti osmotici.

M’horò sviluppa una sequenza di complessi modulari che fanno scorrere lo sguardo dello spettatore su una scia di variazioni dall’andamento ascensionale da lui stesso foggiato, teso ad esaltare l’effetto plasticocostituito da un gioco di corrispondenze ed equilibri. 

Sulla superfice frastagliata dei suoi volumi, l’artista ama cimentarsi in una particolare interpretazione di assonanze e accostamenti cromatici date sia dal ritmo mutevole delle vibrazioni, sia dal perenne intreccio del movimento verticale e orizzontale. Egli accentua, così, l’impostazione simmetrica, continuamente tradita da impercettibili sfasature nel moto di estensione delle forme nello spazio. 

Questo sapiente equilibrio di forme, talvolta arrotondate, talvolta spigolose, vivifica il continuo vibrare della luce sulle superfici. Il ripetersi ritmico e isometrico dei moduli, immersi nelle cromie cangianti della successione delle lamelle, genera, nella mente del fruitore, una dinamica costruzione narrativa. Un modo nuovo per comunicare i processi dell’Interioritá umana scaturite dalle forme assunte dal caso. È la morbidezza tattile data dal succedersi e dall’intrecciarsi delle sottili  scaglie che da vita all’armoniosa unità compositiva delle forme dal forte risalto plastico e chiaroscurale. M’horò valorizza le patine recuperando il primigenio metallo: rame, alluminio, bronzo, ottone che si tingono di ossidazioni iridescenti (l’ossido di ferro sviluppa i colori verde, giallo e azzurro; l’ossido di rame il verde; l’ossido di manganese si traduce nella gamma del marrone e del viola, ecc.). La linea mutevole di ogni singola lamella metallica conferisce, al tempo stesso, un accento incantato avvolto nelle forme da lui tornite. M’horò trasforma infine, la materia bruta in materia preziosa attraverso il ponderato susseguirsi variato di riflessi d’oro e d’argento  diretti in molteplici direzioni. Con grande omogeneità stilistica, le sue strutture si intrecciano in plastici arabeschi che ne accentuano il verticalismo conferendogli una spiccata monumentalità. Spesso si distribuiscono in un trend ricurvo, o in strutture a valva di conchiglia, con un profilo convesso, altre volte si sviluppano in forme cilindriche che scaricano verso il basso le spinte laterali, congegnando delicati equilibri tra luce e ombra. Spesso ricorre l’alternarsi di superfici modulari molto variegate nell’ingegnoso rincorrersi di spazi aperti e chiusi al fine di liberare l’involucro dei pesi, come si intuisce dalla flessuosità delle superfici e dall’alternarsi di nicchie rettangolari o semicircolari. Nelle strutture di grandi dimensioni, l’artista alleggerisce le forme svuotandole del materiale radiante facendo affiorare, come fossero pilastri, colonnine tubolari di rame che poi patina con raffinati ossidi. Domina il moto ascensionale nel fastigio spiraliforme che sembra avvitarsi verso il cielo fino a smaterializzarsi verso la sommità. Il suo linguaggio è capace di fondere il carattere plastico con i valori luministici e cromatici del pittoricismo. 

M’horò sviluppa articolate ricerche del suo tempo, citazioni dell’antico e fluide narrazioni iconografiche. Potremo definire le sue opere “brandelli di memoria”. La sua tecnica dà vita ad elaborate strutture architettoniche, caratterizzate da forme che nascono da una minuta resa dei dettagli, così facendo queste, generalmente sinonimo di fissità e concretezza, divengono coltri mobili e impalpabili. Fanno parte di un repertorio, di una spazialità ineffabile, dove la materia perde consistenza. Posso affermare che il suo successo nasce nello stesso momento in cui si è concepito in lui il nuovo artista M’horò, colui che è in grado, con fantasiose creazioni, ad ispirare grandi architetti i quali hanno già nelle loro collezioni opere dell’artista. A soli sei mesi dal suo esordio, le sue opere sono già ambite da gallerie che hanno programmato mostre in tutto il mondo, e sia da un pubblico di esperti che lo hanno inserito nelle loro collezioni, definendolo uno degli artisti contemporanei tra i più promettenti. •

En attendant… M’horò, tra violini e vini

di Salvatore Falbo

M’horò si conferma artista solerte e ci comunica che a breve ci concederà un’intervista. Tutto viene riportato da Roberto Messina, direttore dell’ufficio stampa della Minotauro Fine Art Gallery, che di lui si è dilungato nelle più recenti “apparizioni” alle mostre. Potremmo forse credergli questa volta? La certezza è che ancora non vuole mostrarsi o dare indizi sulla sua vera identità. Tuttavia il mercato non sembra smentirlo, anzi lo premia con buone aggiudicazioni e mostre in tutto il mondo: Toronto, New York, Miami e Ginevra. A distanza di due anni, possiamo considerarlo l’enfant prodige della scena artistica italiana.

M’horó ci vuole offrire un’iniezione di creatività che si trasforma in contemporaneità aprendo nuovi scenari alla collettività di nuove generazioni. La modernità senza tempo ci trasporta in anfratti atemporali di un processo produttivo che consiste nel trasformare in essenza oggetti inerti. Nelle ultime creazioni, M’horò allarga il sipario e lo fa nell’accezione propria del termine: decide di attenersi a precisi cambiamenti, presentando soluzioni progettuali percepite e mutanti come le recenti sculture ispirate da strumenti musicali. Violini, viole, violoncelli e pianoforti, rubano la scena a sculture che originariamente implementavano un unico linguaggio di genere. L’artista ci trasporta in una visione astratta di forme sviluppate, alterate, ispirate dall’elegante pulsazione di corde percosse. Gli strumenti musicali, in questo caso, divengono per sinestesia, bizzarre casse armoniche dalle quali sembrano emergere raffinate sinfonie d’altri tempi, capaci di superare persino l’ascetico e provocatorio John Cage (si pensi alla performance 4’33”). Sinfonie silenziose riescono a farci emozionare attraverso un percorso sensoriale. Spirito e materia si fondono nell’objet-trouvé, lo esaltano ad una trasfigurazione metafisica che porta l’artista ad una esplorazione creativa di infiniti modi e mezzi linguistici. Nelle inserzioni diacroniche di frammenti tratti dall’universo industriale, egli riesce a valorizzare ancora di più il divenire plastico e gestuale: radiatori di camion che si trasformano in beccheggianti contrabbassi, componenti radianti concavi e convessi che si estroflettono in casse armoniche di raffinate creazioni di celebri liutai: osservandoli in gruppi, sembrano essere destinati in esclusivi concerti cameristici o sinfonici. Le sorprese non mancheranno, come ci anticipa Antonio Falbo, mentore di M’horò. L’artista ha appena iniziato a realizzare temi ispirati da elementi naturalistici dove la cromia dei segmenti di rame emerge dalla lucentezza delle lamine dell’alluminio. Si tratta di viticci e grappoli che si intrecciano, avvolgendosi in eleganti e ossidate ramificazioni dalla forma fluida, fino a giungere al gesto performativo. Dopo la liuteria ecco l’enologia.

Le nuove sculture… per orchestra di M’horò

Ennesimo riconoscimento per “M’horó”, l’artista senza volto, la cui identità rimane misteriosa, con la firma di un’importante partnership con “Cremona Musica”, la più prestigiosa Fiera mondiale dedicata agli strumenti musicali di alta gamma e a quelli ad arco in particolare, che si svolgerà a Cremona dal 28 al 30 settembre 2018. Una grande kermesse, in cui sono attesi oltre 300 espositori provenienti da 30 Paesi, più di 4000 strumenti esposti e 80 eventi in programma. 

Ad annunciarlo, è Roberto Messina, capo ufficio stampa della ”Minotauro Fine Art Gallery” di Palazzolo sull’Oglio, e tra i “creativi” del pool di ispiratori di “M’Hhorò suite. Sculture… per orchestra”: come recita il decisamente suggestivo titolo della nuova, formidabile, affascinante produzione\collezione di opere di questo scultore originalissimo, che è interamente dedicata, appunto, agli strumenti musicali.

Saranno dunque i suoi violini, viole, violoncelli e contrabbassi, fini cesellature in alluminio ricavate da scarti industriali, a sfilare con la loro suggestione e “provocazione” tra i leggendari Stradivari, Guarneri, Amati, e tra i pregiati prodotti di liuteria e di industria strumentale contemporanea internazionale.

È sarà come se suonassero davvero armoniose cadenze, gli strumenti del trio d’archi (violino, viola e violoncello) che M’horó ha appositamente creato per questa occasione e che accoglierà i visitatori con una superba installazione posta all’ingresso della Fiera.

Il virtuosismo tecnico liutario, che in M’horò diviene anziché capacità di lavorare e assemblare il legno, abilità nel modellare i volumi e piegarli, in rapporti e successioni armoniche che non disdegnano torsioni e contrappunti, si compie nella serie di queste opere che faranno bella mostra anche nello stand dedicato alle sue creazioni, in cui il genio scultoreo si associa al fascino e all’eleganza degli strumenti musicali.

Un connubio, questo tra M’horò e Cremona Musica, che certo lascerà il segno, e che è destinato a sublimarsi da subito, con la consegna degli “Award M’horó”: autentici gioielli scolpiti dall’artista, che la manifestazione assegnerà, da questa edizione, ad illustri musicisti internazionali.

Si va consolidando, dunque, il nutrito programma espositivo di questo autentico talento, sempre più conteso dai collezionisti e apprezzato dalla critica specializzata. Sarà il fascino del mistero? Intanto, le aggiudicazioni continuano a registrare crescita costante. Il 15 settembre, l’artista sarà nuovamente protagonista alla Rocca Sforzesca e al Museo “Rubini” di Romano di Lombardia, in una mostra curata da Antonio Falbo, il critico cui si deve la scoperta di M’horó. Subito dopo, la grande retrospettiva di M’horó, che sarà allestita a Istanbul nel 2019. Altre tappe previste a breve: Padova, Firenze, Napoli, Ginevra, Toronto, New York, Muscat.