Michele Zappino. L’estro e la grazia

Michele Zappino, La Creazione della Completezza Scultorea. ( di Maria Elena Loda )

E’ di questi giorni l’ annuncio degli Uffizi di una nuova, meravigliosa mostra dedicata all’ Arte Scultorea: “ Plasmato nel Fuoco- La Scultura in Bronzo nella Firenze degli ultimi De’ Medici’, un viaggio ricco di fascinazione tra i Maestri dell’ Arte Barocca imprigionata nel metallo, patrocinata da alcuni degli Enti più prestigiosi al mondo come i Musei Vaticani o l’ Hermitage di San Pietroburgo. 

Dal Gianbologna al Foggini, fino al Soldani Benzi e a molti altri scultori minori, gli amanti di quell’ Arte che nella Grecia Antica era, a ben ragione, ritenuta l’ unica in grado di eternare le Forme Divine, potranno gustare per sei mesi la coinvolgente plasticità insita nella fusione a cera persa, e ovviamente, chi scrive queste brevi note per la Mostra di Michele Zappino, non ha potuto che sorridere: sincronicità junghiana.

Sì, perché ben lungi dall’ essere passata di moda nell’ epoca delle installazioni astratte, la Scultura della Bella Maniera esiste ancora: in occasione di questa ennesima vernice di mostra nella bellissima cornice del Castello di Cavernago ( BG ) che cadrà coeva alla presentazione degli Uffizi, è un sollievo e un onore, per qualunque esperto d’ Arte, poter scrivere che i Maestri Scultori Italiani esistono, e che a tutt’ oggi riescono ad incantare il loro pubblico come avveniva 500 anni fa. 

Il percorso di Michele Zappino, questo solare artista eclettico dal fisico imponente e il carattere amabile, come è giusto che sia per chi maneggia materie corpose come bronzo e marmo e le trasforma in linee leggere e slanciatissime, tese verso il Sogno, del resto, è un cammino che non è stato eseguito in due giorni: se è vero che oggi Michele è uno scultore affermato che lavora moltissimo con la committenza delle diocesi, proprio come accadeva ai Maestri del passato, è altrettanto vero che ha ricevuto un’ educazione di prim’ ordine, avendo assistito per molto tempo un altro grandissimo Maestro internazionale della Scultura, quel Francesco Messina che, nella sua opera e nella calibratura delle sue immagini in bronzo raffinatissime, reinterpretò con grande sensibilità il verismo classicista di sapore tardo ottocentesco napoletano di Vincenzo Gemito. Se è vero ciò che dice la fisica quantistica, che la Luce lascia impressioni sui corpi con cui entra in contatto, il giovanissimo studente di Brera Michele Zappino, non poté quindi che respirare fotoni di bellezza luminosa negli anni di bottega passati con Messina, e questo tipo di dulcedo e di influenza elevata si riscontra subito nei volti di giovinetti che Michele plasma così bene, sia nel bronzo che nel marmo: Messina stesso era notissimo per i suoi volti di bambini. Ma non è stato l’ unico: se facessimo un passo indietro, troveremmo la gaiezza spensierata dei visi fanciulleschi nel grandissimo, e purtroppo semi- dimenticato, Francesco La Monaca, il grande scultore e pittore calabrese, naturalizzato francese, della Bélle Epoque, che con Rodin e con il pittore Boldini marcò decisamente la cifra di un’ epoca frizzante, i primi decenni del ‘ 900. 

Ecco, abbiamo un Michele Zappino che- lo ammise con me- di La Monaca non sapeva nulla;  eppure se guardiamo le sue slanciatissime ballerine, dalle forme quasi stilizzate, non possiamo che pensare alle lunghe gambe delle danseuses che Francis La Monaca realizzò per il coreografo Sergej Diaghilev su committenza della Zarina Alessandra, o ai ritratti di femmes fatales celebri del grande Giovanni Boldini, come quello di Donna Franca Florio, o quello della Marchesa Casati Stampa; come, se guardiamo i torsi maschili in bronzo di Michele, hanno una possanza che rimanda non solo ai volumi imponenti del ‘ Pensatore’ di Rodin, ma a certi Ercole classici in marmo di età romana, come quello presente, per esempio, alla Villa Romana di Desenzano del Garda. 

Incredibile trovare, in un medesimo artista, la capacità di fondere nel bronzo la modernità Art  Nouveau delle linee snelle, pronte a sottolineare la vita sottilissima e allungata delle donne, in connubio con la resa massiccia della muscolatura maschile, il tutto senza appesantire né scadere nel ‘ déjà vu’: Michele Zappino, che si è sempre creduto, giustamente, discepolo di Messina, è riuscito intuitivamente a trovare in sé anche le lezioni di altri Maestri che, come già ho detto per la Monaca, non conosceva nemmeno, sinonimo questo che l’ Arte è stata assorbita con una profondissima pratica devozionale, un lavoro di pazienza e di cesello, e un istinto sicuro per la Bella Forma, per la rifinitura scultorea che mira a personalizzare: come qualunque Pigmalione, anche Zappino ha la speranza che le sue Antinee prendano vita e si mettano a danzare nell’ atelier come delle Ninfe. 

Non a caso ci ha confidato che il movimento, così ben eternato nei suoi cavalli- un soggetto caro a molti artisti, da Leonardo a De Chirico, fino allo stesso La Monaca, di nuovo-, l’ ha ossessionato a lungo: l’ idea dello scatto, del gesto nervoso, che tuttavia si accompagna sempre ad un’ eleganza formale impeccabile, arriva a dissolvere la scultura del cavallo stesso in un concetto, un’ Idea Platonica: abbiamo l’ ispirazione del cavallo che si muove, e nel guardare le opere di Michele non vediamo più un equino nella sua piena forma bronzea, ma di più, abbiamo quel senso del  Movimento Boccioniano che è quasi futurista, l’ omaggio stesso alla velocità, al 

‘ Cavallino Rampante’, giusto per citare un simbolo caro a tutti gli italiani che tifano Ferrari.

Dolcezza e slancio nelle ballerine, potenza muscolare nei torsi maschili, agilità e movimento in astratto nei cavalli e più in generale negli animali che Zappino eterna nel bronzo: che dire, dunque, dei suoi cicli sacri, che sono quelli che esegue più frequentemente?

Prendiamo ad esempio la porta realizzata, quando ancora era studente, assieme al suo Maestro Messina per la Via Crucis di San Giovanni Rotondo: era il 1968, ma il tono, l’ andamento della processione della Passione, non può che richiamare alla mente il misticismo quasi da eremo delle Porte del Battistero di Firenze fatte da Lorenzo Ghiberti, ma anche i cicli evangelici pittorici del filosofo artista Jean Guitton, che a volte, con il colore, pareva voler scolpire la tela.

Se ci scostiamo un istante dai suoi bronzi, e andiamo a valutare le opere marmoree, troviamo invece quel gesto che vuole restituire alla fredda pietra l’ incarnato morbido che già Canova e Belzoni ottenevano rivestendo il marmo con la cera, la delicatezza formale del gesto che trova un tratto più intimistico, più pausato: qui non c’ è il movimento teso a voler stupire col balzo o con lo slancio, ma c’ è una staticità eterna che rende solenne anche la composizione più semplice. Le sculture marmoree di Michele, diversamente dal bronzo a volte rustico, dall’ effetto ‘non finito’, devono poter essere viste a 360 gradi, ossia girando intorno al complesso scultoreo, senza che rimanga un solo iato di  incertezza nella resa, proprio come avviene quando ammiriamo a Villa Borghese una Paolina- Venere distesa sulla klìne.

In Michele Zappino la Tradizione e la Modernità hanno trovato un equilibrio sicuro, calmo, stabile: quel genere di compendio che solo un artista compiuto riesce a trasmettere ai suoi osservatori, e penso che questo sia forse il più alto traguardo che ci si possa mai augurare di raggiungere quando si affronta pragmaticamente tutta l’ intensità dell’ antico verbo greco ‘ poiéo’, ossia ‘ Io Creo.’

Non possiamo che applaudire.