M’horò. Mitologia del contemporaneo

A circa due anni dal suo esordio ufficiale ecco riapparire M’horó, l’artista senza volto di cui si conoscono solo le sue opere. In effetti, un tempo, nei concorsi a premi, i lavori venivano esposti, per essere giudicati dalle commissioni, rigorosamente privi di firma; solo successivamente si poteva leggere sul cartiglio al verso dell’opera il nome dell’autore. Ma non era mai successo che un artista raccogliesse così tanto successo senza mostrarsi in così poco tempo. Il volto dell’artista non è necessario allo spettatore. Perché la magia e il mistero delle sue produzioni sono così densi e energetici da permettere al pubblico di ritrovare e contemplare gli infiniti mutamenti. Da sempre, com’è risaputo, gli stili, sia pure diversificati, non costituiscono la sostanza dell’arte ma solo situazioni di forma. Loro, o forse lui, oppure lei, hanno scelto di non apparire poiché devono essere le opere a comunicare emozioni, a suscitare stati d’animo, a essere interpretate attraverso la cultura dello spettatore, a catturarne l’attenzione e l’immaginazione. Così nel suo lavoro si assiste ad una progressiva abolizione degli impalcati costruttivi, smaterializzando dall’interno l’oggetto. Sono situazioni del quotidiano che M’horó cattura e perpetua con la fulmineità degli sceneggiatori. Ogni sua creazione viene elaborata e fissata con la fulmineità del Flash-back con il nitore che è precluso all’occhio. Apprezzato dalla critica e dal collezionismo, non vuole essere indicato e riconosciuto ma preferisce rimanere ancora ignoto. Questo misterioso artista come l’araba Fenice, rinasce dalle proprie ceneri e ha la capacità di autogenerarsi dal fuoco perché lui, pur creando da sempre, ha scelto di bruciare tutte le opere prodotte in passato per assumere un atteggiamento polemico verso i modi tradizionali di intendere l’arte. Non una linea o uno stile dati e approfonditi nel corso del tempo interessano a M’horó, non una sola strada intrapresa con la tecnica e l’inventio, ma più strade aperte, tentate per recuperare la relazione problematica dell’arte col mondo. Il rottame industriale, l’oggetto rifiutato perché logoro d’uso, non sono utilizzati, come si potrebbe pensare, solo come “Ready Made” Dadà, ma fissando il materiale visuale come parvenza critica o rituali quotidiani di indecifrabile assenza. M’horó rivisita queste carcasse inutili già spolpate di sostanza, convinto che anche un rottame può divenire maestosità, elevandolo a Totem della civiltà dei consumi. Se non si tenesse conto di queste capacità si incorrerebbe in una riduttiva considerazione delle opere in senso contenutistico. Poi il discorso critico si lascia affabulare e così cominciano a nascere forme e invenzioni sempre più incredibili: dalle eleganti sagome contorte degli strumenti ad arco alle slanciate torri tortili, creazioni apprezzate sempre di più da architetti, musicisti e direttori di musei. M’horó, con arcana, formidabile solerzia, afferma quanto la concettualizzazione sia essenziale prima del concepimento finale dell’opera. L’artista stravolge, con il suo “modus operandi”, addirittura il percorso primigenio degli antichi scultori che, prima plasmavano e poi formavano il modello e quindi lo fondevano “a cera persa”. Egli inverte sorprendentemente il processo creativo forse foggiando direttamente col fuoco? Non ce lo vuole certo dire. Osservando le sue opere ci sembra di intuirne la tecnica, ma è solo un’apparenza perché poi il dubbio ci assale. Egli riesce a far perdere al blocco la propria fisicità, sfrangiando la massa metallica in elaborati ceselli. In effetti l’artista unisce alla ricerca di forme plastiche, l’impiego di questi materiali industriali riciclati raggiungendo il culmine dell’evidenza visuale e della finezza esecutiva. Nelle sue mani nascono, come fosse duttile creta, le forme più sinuose e ricercate suscettibili di infinite variazioni. Le sue strutture prendono spunto da elementi naturali e si sviluppano in campi quanto mai vasti e significativi che vengono affrontati con raro equilibrio formale, serenità espressiva e dominio razionale inusitati. M’horó costruisce come un brillante regista attraverso allusioni alla mitologia e alla musica, la metafora della vita puntando sulla transitività tra arte e esistenza. L’artista, in questa doppia esposizione, ispirata dai luoghi e dal personaggio, vuole rendere omaggio al celebre tenore romanese Giovan Battista Rubini, con una significativa installazione creata per l’occasione: le silhouette eleganti di un pianista con il suo pianoforte. M’horó l’ha voluta al centro del cortile del chiostro del palazzo che il tenore fece costruire per le sue esibizioni canore.  Un pianista ed un pianoforte che rievocano lo spirito del tenore, il suono e le armonie dei suoi acuti proprio in un luogo da lui tanto amato e vissuto. Il percorso espositivo continua poi nel museo dove, violini, viole, arpe e contrabbassi, saranno integrati tra i ritratti e gli arredi del museo. Nella Rocca viscontea verranno esposte una quarantina di opere ispirate dai luoghi e dalla storia. Nel cortile d’onore spiccherà una particolare installazione: una porta immaginaria composta da tre maestose colonne sormontate da un braciere ardente. Sui fianchi di queste M’horó ha inciso stilemi e simboli per fare memoria storica, in una colta e misteriosa “Mitologia del contemporaneo”. La rigorosa partitura dei piani, racconta e qualifica il suo stile in procinto di dirompere come un cordone vitale che attraversa l’intera struttura dell’opera. 

  Due altre installazioni, una sulla facciata e una sulla torre, nella loro monumentalità daranno un tono vibratile e celebrativo all’happening. Sono innumerevoli le articolazioni linguistiche della sintassi figurale che l’artista ci propone. Attribuisce allo spazio uno spessore simbolico che ne affranca l’episodicità e lo sottrae al banale costume iconografico. Il complesso sistema, composto da volumi erosi dalle alte temperature e dalla luce, avvolge le opere in atmosfere narrative e trasforma l’artista in un “Magister phaber”. La sequenza di lamine metalliche operate, ci regala una carrellata di morbidezza di modellato orientata a esaltare l’effetto plastico. Il suo progressivo distacco dai repertori tecnici tradizionali, ci conduce a considerare la scultura come immagine di sensazioni percettive. È una ricerca costante della perfezione e della regola quella di utilizzare modelli che lo sottraggono alla transitorietà del tempo che ci riportano a recondite memorie surreali. Così appaiono spesso duplici strutture, con profilo convesso; altre volte invece si rivelano allo sguardo dello spettatore le forme cilindriche che scaricano il carico verso il basso.  Il linguaggio di M’horó è radicalmente alternativo, risolutamente anticortese, rinuncia ai modelli comuni e non si sviluppa più attraverso citazioni etiche e formali, non rimanda a nulla. L’artista si dimostra sempre prudente, anzi guardingo da qualsiasi vocabolario tramandato dalle correnti stilistiche della storia dell’arte. Ecco quindi che l’artista genera nuove idee: Violoncelli, violini liquefatti che si traducono in pannelli e sculture a tutto tondo nella loro natura metallica, simboli che lontanamente sembrano richiamare gli orologi allungati della persistenza della memoria di Salvador Dalí. Invece sono nello stile esclusivo di M’horó per la tecnica mutevole, l’uso originale dei materiali, gli effetti plastici

Sagome talvolta arrotondate o spigolose che costituiscono un sapiente equilibrio. M’horó esalta la linea fluida conferendo, al tempo stesso, un accento apollineo tra semplicità e simbiosi con la natura. Sono opere realizzate con straordinaria omogeneità stilistica diretta ad assumere un accentuato carattere decorativo. Il tessuto scultoreo è ottenuto con una complessa opera di lacerazioni del metallo da cui emergono consunte tubature di rame per simboleggiare tortili elementi architettonici. Il suo lavoro si circonda di continui parallelismi anacronistici che, repentinamente, sembrano trasportarci in una transizione priva di qualsiasi accademismo, frutto di intuizioni estemporanee. Esperienze espressive dove i simboli divengono elementi sedimentati nella nostra coscienza, sculture concepite per un rapporto dialettico tra società e ambiente. Quando ci troveremo al cospetto di una sua opera saremo in grado di riconoscere, con l’inconfondibile stile, l’autore e lo “scruteremo” proprio perché vuol restare nascosto in uno spessore simbolico che ne affranca l’episodicità e lo sottrae al banale costume iconografico. Il complesso sistema, composto da volumi erosi dalle alte temperature e dalla luce, avvolge le opere in atmosfere narrative e trasforma l’artista in un “Magister phaber”. La sequenza di lamine metalliche operate, ci regala una carrellata di morbidezza di modellato orientata a esaltare l’effetto plastico. Il suo progressivo distacco dai repertori tecnici tradizionali, ci conduce a considerare la scultura come immagine di sensazioni percettive. È una ricerca costante della perfezione e della regola quella di utilizzare modelli che lo sottraggono alla transitorietà del tempo che ci riportano a recondite memorie surreali. Così appaiono spesso duplici strutture, con profilo convesso; altre volte invece si rivelano allo sguardo dello spettatore le forme cilindriche che scaricano il carico verso il basso.  Il linguaggio di M’horó è radicalmente alternativo, risolutamente anticortese, rinuncia ai modelli comuni e non si sviluppa più attraverso citazioni etiche e formali, non rimanda a nulla. L’artista si dimostra sempre prudente, anzi guardingo da qualsiasi vocabolario tramandato dalle correnti stilistiche della storia dell’arte. Ecco quindi che l’artista genera nuove idee: Violoncelli, violini liquefatti che si traducono in pannelli e sculture a tutto tondo nella loro natura metallica, simboli che lontanamente sembrano richiamare gli orologi allungati della persistenza della memoria di Salvador Dalí. Invece sono nello stile esclusivo di M’horó per la tecnica mutevole, l’uso originale dei materiali, gli effetti plastici

Sagome talvolta arrotondate o spigolose che costituiscono un sapiente equilibrio. M’horó esalta la linea fluida conferendo, al tempo stesso, un accento apollineo tra semplicità e simbiosi con la natura. Sono opere realizzate con straordinaria omogeneità stilistica diretta ad assumere un accentuato carattere decorativo. Il tessuto scultoreo è ottenuto con una complessa opera di lacerazioni del metallo da cui emergono consunte tubature di rame per simboleggiare tortili elementi architettonici. Il suo lavoro si circonda di continui parallelismi anacronistici che, repentinamente, sembrano trasportarci in una transizione priva di qualsiasi accademismo, frutto di intuizioni estemporanee. Esperienze espressive dove i simboli divengono elementi sedimentati nella nostra coscienza, sculture concepite per un rapporto dialettico tra società e ambiente. Quando ci troveremo al cospetto di una sua opera saremo in grado di riconoscere, con l’inconfondibile stile, l’autore e lo “scruteremo” proprio perché vuol restare nascosto.